cellule staminali autologhe e sclerosi sistemica

Molte persone oltre a voler sapere come funziona il trapianto di cellule staminali autologhe, si chiedono giustamente quali patologie possono curare.

Parliamo oggi della Sclerosi Sistemica una malattia che ha una caratteristica principale; attiva in maniera autonoma e anomala il sistema immunitario.

Unitamente a questo abbiamo un’alterazione dei vasi sanguigni, e si possono anche presentare delle lesioni cutanee.

Estensione lesioni cutanee:forme differenti di sclerosi

Per capire quale tipo di Sclerosi sistemica presenta il paziente, vanno analizzate con attenzione le lesioni cutanee. Possiamo quindi avere la sclerosi sistemica limitata o diffusa.

Ad oggi nessuno tipo di trattamento che prevede la somministrazione di farmaci si è dimostrato efficace nel contrastare il decorso della patologie.

Verso la metà degli anni 90, si è iniziato a osservare e constatare che il trapianto di staminali era efficace nel caso di alcune paologie neoplastiche e malattie autoimmuni.

Nello specifico il trapianto di staminali porta a un miglioramento nel paziente che riguarda proprio le malattie autoimmuni. Per questo motivo si è iniziato a utilizzare la tecnica del trapianto di cellule staminali.

Cellule staminali autologhe: quali criteri per l’utilizzo!

Si utilizzano due tipologie differenti di trapianto di cellule staminali, il trapianto allogenico e autologo. Il trapianto allogenico utilizza cellule provenienti da un donatore.

Il rischio del rigetto è presente in questo trattamento, il trapianto autologo invece utilizza le stesse staminali del paziente. Esistono dei criteri in base ai quali è possibile sottoporre il paziente al trattamento.

L’età del paziente deve essere compresa tra i 16 e i 60 anni, una diagnosi effettiva di sclerodermia, un decorso della malattia inferiore ai 4 anni.

La procedura dell’autotrapianto prevede delle fasi specifiche. In una prima fase vengono attraverso l’utilizzo specifico di farmaci, si fa in modo tale che le cellule migrino dal midollo osseo al sistema sanguigno.

Occorre attendere che le staminali raggiungano una determinata concentrazione per poterle prelevare. C’è poi la fase molto delicata del condizionamento dove il paziente a rischio infettivo molto elevato, deve essere inserito in una camera sterile.

Nella terza fase le staminali vengono reinserite nel paziente e si attende che il midollo osseo si ricostituisca.

Esiste chiarmente un tasso di mortalità correlato al trapianto di staminali. Nel 2004 era pari al 13%, successivamente con l’utilizzo di protocolli specifici legati alla fase di condizionamento, il tasso di mortalità è sceso a un 3%.

In termini temporali la sopravvivenza dei pazienti sottoposti a questa tipologia di trapianto si attesta sui 5 anni.

La strada da percorrere è ancora lunga ma ci sono importanti passi avanti anche nella sperimentazione di nuovi protocolli.

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