trapianto autologo: parte medica e umana!

Trapianto di staminali: la strada migliore?

Quando parliamo di trapianto autologo parliamo di una tecnica specifica in cui il donatore e il paziente coincidono. Riceve delle cellule che gli sono state prelevate in un momento specifico.

La malattia in fase di remissione consente di prelevare le cellule e reintrodurle nel corpo del paziente. Questo avviene in una fase in cui è stato trattato con chemioterapia e radioterapia.

La distruzione delle cellule tumorali consente di prelevare successivamente staminali sane da reintrodurre.

Tecnica autologa: quali vantaggi?

Vediamo ora quali sono i vantaggi del trapianto autologo. Le cellule vengono ben tollerate dall’organismo e i rischi di rigetto sono minimi.

I rischi di questa procedura sono legati alla tipologia di cellule reintrodotte nell’organismo. Infatti il rischio è quello di reintrodurre cellule sane insieme a cellule malate.

Trapianto allogenico migliore dell’autologo?

Parliamo ora del trapianto allogenico che a differenza dell’autologo si basa sull’utilizzo di staminali da un donatore. Il limite di questa tecnica è legata alle caratteristiche di compatibilità che devono essere presenti tra donatore e ricevente.

Il vantaggio innegabile è invece legato al flusso di cellule utilizzate. Con il trapianto allogenico le cellule malate vengono sostituite completamente da cellule sane.

Una testimonianza vera di trapianto autologo: Nelly

Fino a questo momento abbiamo parlato di trapianto di staminali in maniera molto neutra e oggettiva. Non siamo mai scesi nel dettaglio raccontando un’esperienza autentica.

Oggi parliamo di Nelly, una ragazza che vive in Svezia e racconta in maniera molto lucida e puntuale la sua esperienza personale.

Racconta di non avere avuto particolari effetti collaterali i giorni successivi al trapianto allogenico. All’inizio tutto va per il meglio e lei è tranquilla. Poi iniziano i classici effetti collaterali legati alla chemioterapia come nausea e vomito.

C’erano giorni in cui non riusciva ad alimentarsi per gli attacchi di nausea. Veniva quindi alimentata in forma liquida, non riuscendo neanche a bere dell’acqua.

Racconta però di non aver mai perso il suo spirito allegro e positivo. Un approccio che l’ha aiutata ad affrontare nella maniera più giusta la malattia.

Ci sono stati chiaramente i momenti di sconforto e tristezza ma Nelly ha sempre cercato di essere positiva e mantenere lo spirito giusto.

La mente e il corpo sono uniti!

L’esperienza raccontata ancora una volta mette in luce un fattore molto importante nella cura delle patologie. Corpo e mente vanno di pari passo, va curato uno insieme all’altro.

La medicina ufficiale non si deve solo concentrare sui sintomi di una malattia. L’approccio non può e non deve essere solo farmacologico. Serve anche una certa umanità.

Il medico deve sempre ricordarsi di avere un atteggiamento umano e aperto all’ascolto. La medicina si deve occupare della mente e del corpo nello stesso modo.

Il processo di guarigione e di reazione auna determinata patologia comincia dall’approccio mentale. Sottovalutare l’importanza di avere un paziente in uno stato di benessere mentale è un grande errore.

Eppure nel contesto odierno non sono molti gli specialisti che hanno un approccio umano. Molti si concentrano prevalentemente sull’aspetto farmacologico.

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